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LA PACE COME PROPAGANDA di Daniele Trabucco (Costituzionalista)

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Daniele Trabucco ( BRICS and Friends) - Il Mito Geopolitico della "Complicità" meloniana nella questione Palestinese


L’affermazione secondo cui il Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, sarebbe "complice della pace in Palestina", come affermato recentemente dalla sorella Arianna, rappresenta un caso emblematico di manipolazione semantica funzionale alla costruzione di una narrativa propagandistica, in cui il linguaggio politico diviene strumento di dissimulazione del reale.


In un’epoca in cui la diplomazia è stata sostituita dall’immagine e il consenso si fabbrica attraverso la simbolizzazione dell’ambiguità, la retorica della "pace" viene svuotata del suo fondamento giuridico e morale per divenire un’arma comunicativa al servizio del potere. Nel contesto geopolitico attuale, l’Italia non è soggetto protagonista nel processo israelo-palestinese. Le posizioni espresse dal Governo Meloni si collocano nella linea storica della politica estera italiana post-1990, segnata da una progressiva adesione alla postura atlantica e da una marginalizzazione dell’autonomia diplomatica mediterranea.


Roma, pur reiterando nei fori internazionali la formula dei "due Stati per due popoli", non dispone né degli strumenti, né della volontà politica per tradurre tale enunciazione in azione negoziale concreta.


L’idea di una "complicità" della Meloni nella pace presupporrebbe un’effettiva capacità d’intervento o di mediazione nel conflitto, capacità che la realtà delle relazioni internazionali smentisce categoricamente. L’Italia, vincolata dagli equilibri NATO e dal rapporto strategico con Washington e Tel Aviv, non agisce da attore autonomo, bensì da soggetto subordinato nell’ordine liberale occidentale.


La pace, per sua natura, non è mai il prodotto di una dichiarazione, quanto il frutto di un equilibrio di forze giuridicamente regolato e moralmente ordinato. Il diritto internazionale, nel suo assetto classico, riconosce la pace non come assenza di conflitto, ma come condizione di giustizia fondata sul principio di autodeterminazione dei popoli e sul rispetto dell’ordine giuridico delle genti.


Tale principio, cardine della Carta delle Nazioni Unite del 1945 (art. 1, paragrafo 2), resta sistematicamente violato nei territori palestinesi occupati, dove il diritto internazionale umanitario, nelle Convenzioni di Ginevra del 1949 e nei Protocolli aggiuntivi, è oggetto di continue deroghe, spesso coperte dal silenzio complice della comunità euroatlantica.

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In questo scenario, parlare di "complicità nella pace" equivale a deformare la logica stessa del diritto internazionale, sostituendo la verità con la comunicazione. L’immagine della "Meloni pacificatrice" risponde a una dinamica tipica della geopolitica contemporanea: la costruzione di un mito mediatico volto a legittimare scelte di realpolitik.


Il Presidente del Consiglio dei Ministri, pur rivendicando una fedeltà incondizionata al diritto internazionale e al sostegno umanitario, ha più volte riaffermato la centralità del rapporto con Israele e con gli Stati Uniti d'America. Tale posizione, lungi dal promuovere un’autentica pace, consolida la logica di blocco che domina il Mediterraneo allargato: un sistema di potenze asimmetriche in cui la sicurezza è garantita dalla deterrenza e non dalla giustizia.


Il linguaggio della pace, in questo quadro, diviene linguaggio di legittimazione: non indica la fine del conflitto, ma la sua gestione in forme compatibili con gli interessi delle potenze dominanti. Il concetto di “complicità”, inoltre, implica corresponsabilità morale e politica in un evento. Applicarlo alla pace è contraddittorio: si può essere complici di una guerra, di una violazione o di un sopruso, ma non di una pace che non si è contribuito a costruire. La pace, infatti, non ammette corresponsabili; essa o si fonda su un ordine giusto o si riduce a tregua apparente.


Il pensiero giuridico classico ha sempre affermato che la pace autentica presuppone un "nomos", un ordinamento concreto dello spazio politico, non una mera sospensione del conflitto. In questa prospettiva, l’asserita "complicità" della Meloni si rivela un ossimoro semantico: un tentativo di attribuire valore etico a una posizione sostanzialmente subalterna.


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Sul piano filosofico, la propaganda contemporanea sulla pace funziona come una nuova forma di gnosi politica. Essa trasfigura la realtà dei rapporti di forza in una retorica morale in cui i governanti assumono il ruolo di redentori secolari. L’idea che una leader occidentale possa "favorire la pace" in Palestina attraverso un post, una visita diplomatica o una dichiarazione o un sostegno a questo o a quell'atto internazionalmente rilevante è parte di questo immaginario pseudo-messianico della politica moderna, che sostituisce la responsabilità oggettiva con la narrazione soggettiva.


È la medesima logica che ha consentito di definire "missioni di pace" le operazioni militari in Iraq, Afghanistan o Libia: la sostituzione del "logos" politico con la retorica dell’immagine.


Infine, la pretesa che l’Italia, e per essa Giorgia Meloni, stia realmente incidendo sul processo di pacificazione in Palestina ignora il principio cardine della sovranità popolare internazionale: la pace, per essere tale, non può essere imposta da potenze esterne.


Ogni pace eteronoma, frutto di equilibri imposti e non di riconciliazione reale, è destinata a dissolversi.


L’illusione di una pace con vari "complici" è, dunque, il volto più raffinato della propaganda contemporanea: un modo per sostituire la verità delle relazioni internazionali con la teatralità della comunicazione politica.


La dichiarazione in esame, pertanto, non rivela una realtà geopolitica, quanto un’operazione retorica. Essa serve a mascherare la distanza tra l’azione diplomatica effettiva e la rappresentazione di essa nel discorso pubblico.


In un’epoca dominata dall’apparenza, la pace non è più costruita, ma proclamata; e la politica, ridotta a marketing simbolico, non produce ordine, ma consenso cui la gente continua a crederci.


La "complicità" di Giorgia Meloni nella pace in Palestina è, allora, un mito utile al potere, non un fatto verificabile: un esempio perfetto di come la parola "pace" sia divenuta, nel lessico politico contemporaneo, il più sofisticato strumento di guerra semantica.



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Prof. Daniele Trabucco


(Professore stabile di Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario "san Domenico" di Roma. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico nell'Università degli Studi di Padova).

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