VERTICE BRICS. IL NUMERO 17 PORTA SFORTUNA. XI E PUTIN ASSENTI di Mario Michele Pascale
- area pascale
- 8 lug
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Il padrone di casa, Ignazio Lula, fa quel che può, facendo il moderato. Ma i BRICS sono di fronte a un bivio: restare un fronte solo economico o trasformarsi in un'alternativa di modello

Il 17° vertice dei BRICS, tenutosi il 6 e 7 luglio 2025 a Rio de Janeiro, ha segnato un momento di svolta nella storia recente della politica globale. E non solo per i contenuti emersi dal summit: i temi della de-dollarizzazione, dell’espansione del gruppo, delle nuove architetture finanziarie, della sicurezza climatica e dell’intelligenza artificiale. Più di ogni altra cosa, il vertice è stato importante per le sue assenze. Due delle figure più potenti e simboliche del blocco, Vladimir Putin e Xi Jinping, hanno deciso di non presentarsi in Brasile. Mancanze che non sono passate inosservate e che ha lasciato un’ombra lunga sulle dinamiche interne al gruppo.

Il vertice si è tenuto in un’atmosfera paradossale. Da un lato, la maestosità della cornice: la vibrante Rio de Janeiro, capitale morale del Brasile progressista di Lula, con i suoi colori, le delegazioni, le strette di mano, gli applausi e le firme in calce a documenti diplomatici densi di richiami all’equità, alla pace e alla multipolarità. Dall’altro, l’eco sorda di due sedie vuote. La Cina era rappresentata dal primo ministro Li Qiang, mentre la Russia ha inviato il ministro degli Esteri Sergej Lavrov.
La scelta dei due leader di non partecipare personalmente al vertice ha molteplici chiavi di lettura. La prima, e più immediata, è logistica e politica. La Cina è alle prese con un rallentamento economico che mette sotto pressione l’autorità politica di Xi, sommessamente criticato all’interno del Partito Comunista di non aver gestito adeguatamente il dossier immobiliare e la crescente disoccupazione giovanile. La Russia, dal canto suo, è ancora imbrigliata nella guerra in Ucraina. Nonostante l'amicizia del governo Lula, il timore di contestazioni pubbliche o di strumentalizzazioni mediatiche di origine bolsonariana, che serpeggiano con forza nel paese, hanno suggerito prudenza. Contestare pubblicamente Putin avrebbe voluto dire contestare apertamente il governo Lula, oltre a creare grave imbarazzo istituzionale tra Brasilia e Mosca. Senza contare che sulla persona di Vladimir Putin pende il mandato di arresto della corte penale internazionale. Il Brasile è firmatario dello Statuto di Roma, che impone l’obbligo di arresto nei confronti dei ricercati dalla suddetta corte. Si è evitata una seconda forma di imbarazzo.

Ma c'è di più. Il vero nodo è politico e strategico. L’assenza di Xi e Putin al vertice di Rio rivela una divergenza all’interno dei BRICS tra due anime ben riconoscibili. Da un lato, quella originaria, economico-finanziaria, orientata alla cooperazione tra economie emergenti e fondata sulla promozione di investimenti, sviluppo infrastrutturale e riforma graduale della governance finanziaria globale. Ne fanno parte paesi come Brasile, Sudafrica, India, Indonesia, interessati principalmente a ottenere maggiori spazi di rappresentanza nel FMI, accesso a finanziamenti alternativi e sostegno allo sviluppo. Dall'altro lato, un'anima più recente e geopolitica, apertamente antagonista rispetto all’ordine atlantico, guidata da Russia, Cina e Iran, cui si aggiungono sempre più attivamente Etiopia, Bielorussia e Venezuela. Questa componente mira alla creazione di un ordine multipolare che superi la centralità del dollaro, promuova sistemi di pagamento alternativi, e sostenga esplicitamente regimi contrari all’egemonia occidentale. Le due visioni convivono, ma non senza frizioni, e la loro dialettica interna incide profondamente sull'identità futura del gruppo.
Xi Jinping ha motivato l’assenza con un generico "scheduling conflict", un disguido sull'agenda, ma le ragioni più profonde affondano nel contesto interno cinese. Il gigante asiatico sta vivendo una delle fasi economiche più delicate degli ultimi trent’anni. Il settore immobiliare è in crisi: nei primi cinque mesi dell’anno, gli investimenti nel settore edilizio sono crollati del 10,7% rispetto allo stesso periodo del 2024. Secondo Goldman Sachs, il mercato potrebbe perdere un ulteriore 10% prima di stabilizzarsi nel 2026-2027.
A peggiorare il quadro, una disoccupazione giovanile strutturale e persistente . Dopo aver toccato il picco record del 21,3% nel giugno 2023, la Cina ha sospeso la pubblicazione ufficiale dei dati per mesi, ufficialmente per "rivedere la metodologia di analisi". Economisti come Dan Wang (Hang Seng Bank) e Shaun Rein (China Market Research Group) fanno presente che le aziende evitano di assumere neolaureati a causa delle rigide leggi sul lavoro. In Cina, la legislazione sul lavoro prevede tutele molto forti per i salariati, tra cui indennità di licenziamento elevate e difficoltà procedurali nella cessazione dei contratti. Queste norme, pensate per proteggere i lavoratori in un contesto industriale tradizionale, si sono rivelate un ostacolo per l'occupazione giovanile in una fase di stagnazione economica e in un sistema estremamente competitivo a livello internazionale. Le imprese, soprattutto nel settore privato, evitano di assumere neolaureati per timore di costi futuri difficilmente sostenibili, preferendo lavoratori con esperienza o ricorrendo a contratti a breve termine. La Cina è sospesa tra tutela dei diritti dei lavoratori e competitività. Un dilemma difficile da sciogliere in un quadro in cui al potere c'è un partito comunista ma l'economia cinese è protesa all'estero all'interno di regole del gioco prettamente capitaliste. Liu Yuanchun, del China Macroeconomy Forum, ha dichiarato: "Questo problema durerà almeno altri dieci anni e, se non gestito, può diventare una bomba politica".
All’interno del Partito Comunista, pur in un clima di stretta disciplina, alcune voci critiche iniziano a farsi sentire. Fonti diplomatiche citano esponenti accademici vicini al Comitato centrale, come Hu Angang (Tsinghua University), che chiedono un cambio di rotta nelle politiche giovanili e un sostegno più deciso all’occupazione.
Lula, da parte sua, ha cercato di tenere la barra dritta. Il Brasile ha insistito sul fatto che i BRICS non sono un’alleanza contro qualcuno, ma una piattaforma a favore di un mondo più equo. Tuttavia, questa narrazione cozza con la realtà dei fatti: negli ultimi due anni, i BRICS si sono fatti promotori di un’alternativa sistemica, capace di sfidare apertamente l’ordine occidentale, sia sul piano monetario che su quello politico. Gli Stati Uniti lo sanno bene. Nonostante il tentativo di "pacificazione" del presidente del Brasile, non hanno mancato di reagire. Proprio durante il vertice, Donald Trump ha minacciato nuove sanzioni e tariffe punitive contro i paesi che "si allineano con le politiche anti-americane dei BRICS". Una risposta dura, ma indicativa della crescente insofferenza di Washington verso un gruppo percepito come sempre più ostile, non solo a livello economico, ma geopolitico.
Il vertice ha comunque prodotto una dichiarazione congiunta, in cui si riafferma la centralità del Sud globale, si chiede una riforma urgente delle istituzioni internazionali, si condannano gli attacchi terroristici in India e si invoca la fine dei conflitti in Ucraina e Gaza. Parole nobili sule quali bisogna lavorare. A partire da una direzione ideologica chiara: i BRICS tutti sono uniti contro un modello di sviluppo economico che ritengono lesivo dei propri interessi. Ma non hanno raggiunto un amalgama politico nè hano costruito, culturalmente ed ideologicamente, una "alternativa di modello". Manca una terza gamba, quella di politica culturale, capace di creare un'idea di mondo alternativa che si ponga come egemonica nel Sud del mondo.
In questo scenario, l’assenza di Putin e Xi assume una valenza quasi simbolica. Senza di loro, il vertice appare svuotato della sua componente più radicale, più conflittuale, più assertiva. Lula ha fatto il suo, cercando di indirizzare il gruppo verso una visione progressista, inclusiva, multilaterale. Debole, però, rispetto alle potenzialità dei BRICS.

Se il numero 17 porta sfortuna, il prossimo vertice, previsto per il 2026, sarà il numero 18. Xi e Putin, risolte le loro questioni interne, torneranno al tavolo. L'occasione di creare un mondo multipolare non ancillare all'Occidente è troppo ghiotta per andare perduta. Pechino e Mosca lo sanno bene.
Nel frattempo le cancellerie occidentali, in evidente difficoltà, tirano un sospiro di sollievo, vedendo in queste assenze una frenata del fronte anti-dollarizzazione.





























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