L’EGITTO ALL'ONU: “MAI PIU' UNA NUOVA NAKBA"
- area pascale
- 27 set
- Tempo di lettura: 3 min
L’Egitto dice no a una nuova Nakba e si propone come mediatore decisivo per la pace in Medio Oriente

All’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty ha usato parole nette: l’Egitto è «pienamente impegnato a costruire sulla visione del presidente Trump per ripristinare la stabilità». Il messaggio unisce la disponibilità al dialogo con Washington alla promessa di non tollerare soluzioni che comportino sfollamenti forzati dei palestinesi. È una posizione che cerca di bilanciare diplomazia e legittimità nazionale, inviando segnali forti tanto alla comunità internazionale quanto all’opinione pubblica araba.
La “visione di Trump” ...
Richiamare la “visione di Trump” non significa adesione incondizionata a tutte le proposte dell’ex presidente statunitense, ma piuttosto la volontà di usare un piano geopolitico già noto come base di lavoro. Quel “punto di partenza” è stato avversato dai palestinesi per le sue concessioni a favore di Israele, ma il Cairo adotta la formula per collocarsi come interlocutore utile agli Stati Uniti senza rinunciare a rivendicare condizioni proprie. È una mossa di posizionamento diplomatico: secondo Abdelatty il Cairo accetta il tavolo, non necessariamente ogni punto dell’agenda.
Riaffermare la soluzione dei due Stati
Nel discorso Abdelatty ha richiamato la prospettiva di uno Stato palestinese come soluzione indispensabile. Per Il Cairo la realtà sul terreno non si risolve con decisioni imposte dall’esterno: serve una soluzione negoziata che garantisca diritti politici e sicurezza per entrambi. L’Egitto si propone mediatore credibile fra le parti, capace di parlare sia con Israele sia con le diverse componenti palestinesi, proponendo un percorso che includa governance, sicurezza e ricostruzione post-conflitto.
Ostaggi e prigionieri: il nodo umanitario
Abdelatty ha posto al centro anche la sorte degli ostaggi israeliani detenuti nella Striscia e dei prigionieri palestinesi in Israele. L’Egitto, che ha già facilitato scambi e negoziati in passato, sottolinea che nessuna soluzione politica è credibile se non si affrontano queste questioni umanitarie. La proposta del Cairo è di trattative parallele per ottenere rilasci che possano creare condizioni di fiducia, seppure in uno scenario profondamente segnato dalla sfiducia reciproca.
La condanna dello sfollamento forzato
Con parole dure, il ministro egiziano ha definito qualsiasi piano di trasferimento forzato dei palestinesi come «crimine di pulizia etnica». Il riferimento è diretto a ipotesi che circolano su possibili ridisegni demografici dopo le operazioni militari. Il Cairo chiude la porta a diventare luogo di ricollocamento forzato: sottolinea la necessità che i palestinesi rimangano nelle loro terre e che la comunità internazionale impedisca soluzioni che violino il diritto internazionale.
Mai più una nuova Nakba
La formula «mai, mai partner di una nuova Nakba» richiama la catastrofe del 1948, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a lasciare le loro terre. Evocare la Nakba all’ONU non è solo una scelta retorica: è un appello a non ripetere errori storici e a mantenere alta la guardia contro qualunque progetto che giustifichi o provochi esodi di massa. È anche un messaggio interno, rivolto alle opinioni pubbliche arabe, che chiede coerenza morale e politica.

Reazioni e incertezze internazionali
La dichiarazione egiziana è stata accolta con reazioni diverse: apprezzamento tra i palestinesi, scetticismo da parte di chi ritiene prioritaria la sicurezza israeliana e prudenza nelle capitali occidentali. Il riferimento alla “visione di Trump” è letto con diffidenza in alcuni ambienti, mentre la condanna dello sfollamento forzato ha trovato consensi più larghi. In ogni caso, le parole devono ora tradursi in atti concreti, dai cessate il fuoco alle garanzie per la ricostruzione.
Reazioni e incertezze internazionali
La dichiarazione egiziana è stata accolta con reazioni diverse: apprezzamento tra i palestinesi, scetticismo da parte di chi ritiene prioritaria la sicurezza israeliana e prudenza nelle capitali occidentali. Il riferimento alla “visione di Trump” è letto con diffidenza in alcuni ambienti, mentre la condanna dello sfollamento forzato ha trovato consensi più larghi. In ogni caso, le parole devono ora tradursi in atti concreti, dai cessate il fuoco alle garanzie per la ricostruzione.





























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